Buongiorno Signor Armando e grazie per aver accettato di
rilasciare questa intervista per il mio piccolo blog.
-Per prima cosa le chiedo di presentarsi, chi è Armando Bonato
nella vita quotidiana? E chi è invece l’Armando scrittore?
L’Armando Bonato è la persona che vive la realtà quotidiana
e che spesso è in conflitto con l’Armando Bonato Casolaro scrittore, artista sognatore
visionario. Ma il primo è quello che permette al secondo di “pagare le
bollette”.
- Come e quando ha inizio questa passione per la scrittura?
La prima cosa in assoluto che ha scritto? E’ stata pubblicata o la tiene
custodita gelosamente?
La passione è nata da ragazzo. Alla fine della terza media per
la chiusura dell’anno scolastico il Comune di Milano, dove sono nato e
cresciuto, aveva indetto un concorso tra tutte le terze medie della città
(tante). Concorso che avrebbe premiato il miglior tema d’italiano. L’ho vinto
io. Primo assoluto. Come premio sono stato invitato come ospite d’onore alla
Rai per una puntata dello “Zecchino d’oro”. Da quel momento ho capito che avrei
scritto, sempre.
- Cos’è per lei la scrittura, cosa le trasmette e cosa
invece cerca lei di trasmettere attraverso i suoi scritti?
Ripeto, la scrittura è vita per me, non potrei farne a meno
anche se suona un po’ retorico. E le storie le emozioni che scrivo sono le
stesse che voglio trasmettere ai miei lettori, fino ad ora credo di esserci
riuscito.
- Credo che prima di essere scrittori si debba essere
lettori, sbaglio? Cosa le piace leggere? Ha autori italiani e stranieri
preferiti?
Certo, io leggo molto, di tutto, sono onnivoro. Mi piace
molto la letteratura americana, la sento molto vicina al mio stile. Adoro, per
esempio, tutto di F. Scott Fitzgerald, ora sto assaporando l’ultima sua
pubblicazione: “Sarà un capolavoro”. Ma
come dicevo leggo di tutto: tanti giornali, libri quasi solo di narrativa,
pochi saggi per la verità, mi piacciono le biografie dei personaggi che hanno
fatto storia nei loro ambiti. Mi ispiro molto a tre autori stranieri, ho
imparato molto dal loro stile ed è lo stesso che uso io. In assoluto Marc Levy,
che conosco personalmente e per il quale ho scritto due capitoli come ghost
writer, poi Nicholas Sparks, e adoro anche Richard Bach. Faletti e Terzani sono
stati per me come un faro per una barca di pescatori che naviga nella nebbia.
- C’è un libro in particolare che ha nel cuore? Ci spiega il
motivo?
Sì. Il mio libro del cuore è stato e sarà sempre
“L’Arcangelo”. Scritto da un’autrice americana poco conosciuta qui da noi. Sharon
Shinn. Il motivo, no, è personale.
- Ora veniamo ai suoi libri, ce li presenta e ce li racconta
un po’?
Il primo pubblicato “Viaggio con Jahan” l’ho scritto in
India, dove ho passato un lungo periodo di tempo. Poi ho pubblicato “Tre
chicchi di Caffè” che ha avuto un ottimo riscontro di pubblico: ora è alla
seconda edizione. Uno sceneggiatore di fiction l’ha letto e mi ha consigliato
di scriverne il sequel, e fu così che nacque “La giacca mimetica”: storia
bellissima di una bambina soldato. Al che, è scaturita l’idea di una trilogia, chiusa idealmente con il terzo
libro intitolato “Una vita un incontro”. Tre romanzi con un unico fil rouge ma che, volendo, si possono
leggere singolarmente. A Parigi dove passo diversi lunghi periodi dell’anno, ho
scritto una raccolta di racconti tutti ambientati in quella grande Ville Lumière. Il titolo: “Histoires
Exrtraordinaires”. Ottime critiche.
- Tra questi qual è quello a cui è più legato e perché?
Quale invece le ha dato più filo da torcere?
Il più elaborato, quello che mi ha impegnato maggiormente è
l’ultimo, uscito a maggio scorso: “Ultima birra al Curlies bar”. Quello al
quale sono più legato è la raccolta di racconti francesi. A Parigi vivo su una Péniche, uno di quei barconi ancorati
fissi sulla Senna. La casa che preferisco. E quella raccolta di racconti me la
ricorda sempre.
-Come le arrivano le storie, da cosa viene ispirato? I
personaggi sono sempre interamente immaginati o magari qualcuno le è stato
ispirato dalla realtà?
Ho lavorato per il grande maestro, giornalista scrittore,
Indro Montanelli. Un giorno lui mi disse: «Di storie c’è pieno il mondo. Basta
saperle sceglierle e saperle raccontare» Le storie che scrivo nei miei libri le
scelgo, appunto, tra le tante del mondo. I miei personaggi hanno sempre
qualcosa di vero. Così come i luoghi che vengono citati. Sono sempre posti
veri, dove ho vissuto o anche solo visitato.
-Dalla moda alla scrittura, cosa le ha fatto fare questo
salto?
Affinità elettive. La bellezza della moda e la bellezza
della letteratura viaggiano per mano.
- Dalla sua biografia ho potuto notare che è molto
appassionato di viaggi, credo che questo sia una fonte inesauribile
d’ispirazione, quale viaggio le ha dato di più e perché?
Certo. I miei romanzi hanno quasi sempre due “radici”. Una,
appunto, i viaggi: i miei personaggi girano da un continente all’altro. L’altra
l’amore. Come dicevo, sono tutti viaggi che ho fatto. Da loro ho preso
tantissimi spunti, idee, ispirazioni. Il viaggio che mi ha dato di più? Posso
rispondere dicendo che è quello prossimo che verrà!
- Infine le chiedo se le fa piacere di scrivere una frase di
getto o un augurio, quello che vuole ai lettori che la leggeranno.
«Aspettati ciò che non ti aspetteresti mai!»
Alla prossima, Emanuela.

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