TITOLO: UNA FAVOLA
AUTORE: EDOARDO ROMANELLA
GENERE: SURREALE
PAGINE: 296
EDITORE: LE MEZZELANE
TRAMA
Gus ha ventiquattro anni e vive a
Princeton. Una sera, poco dopo essere rincasato, sente bussare alla porta. Va
ad aprire e si trova davanti una ragazza bellissima, che dice di aver avuto un
guasto all’auto e gli chiede se può entrare per fare una telefonata. Fuori
imperversa una bufera e lui la fa accomodare senza problemi. Dopo i primi
convenevoli però, il ragazzo ha la sensazione che in lei ci sia qualcosa di
strano. Col passare dei minuti la situazione diventa sempre più sgradevole, e
Gus inizia a percepire un forte malessere interiore. Forse si sono già
conosciuti...
RECENSIONE
Mi sono innamorata di questo libro
dalle prime righe che ho letto. Una
favola è un romanzo surreale, il primo di questo genere a cui mi sono
approcciata, ed un libro che ci sbatte in faccia seppur velatamente quella che
è la realtà dei giorni nostri: una realtà fatta di razzismo, di una società
corrotta da criminalità, bullismo, droghe e la dipendenza dai cellulari e dai
così tanto amati quanto temuti social network.
Edoardo Romanella ci getta in una
moltitudine di storie tutte diverse, in parti del mondo diverse, dove
apparentemente i personaggi non hanno nulla a che fare tra di loro e non si
conoscono, ma che verso la fine matureranno il pensiero che dietro di loro,
probabilmente, c’è qualcun’altro che tira i fili collegati alle loro azioni.
Storie di gente normale che si alza la mattina e si reca a svolgere un lavoro che
odia, di gente che crede di trovare l’oro in un’altra nazione e che lo trova,
ma in realtà come dice il detto non è tutto oro quello che luccica. Gente che
si sbatte tra gli straordinari in fabbrica e il tradimento del proprio partner.
Gente che diventata adulta smette di credere alle favole.
“I suoi sogni e le
sue speranze erano reali, non c’era più distinzione tra la realtà e la
fantasia, non c’era mai stata. Se può essere pensato, allora esiste”
Ed è questo il fulcro del romanzo: le
favole. Quante volte ci siamo sentiti dire “Guarda che la vita non è una
favola” oppure “Smetti di credere alle favole. La realtà è un’altra”. E quante
volte ci siamo trovati ad ammettere che sì, che la vita purtroppo non è fatta
di principi azzurri e cavalli bianchi, di principesse senza scarpette e zucche
che diventano carrozze.
L’esistenza umana è una prova continua.
Una volta che cresci devi prendere uno schiaffo morale. Poi un’altro e un’altro
ancora, fino a quando quell’unica scintilla di speranza si assopisce, spenta
dal bisogno di andare avanti. Di lavorare per vivere, per condurre un’esistenza
dignitosa. Che sia in una fabbrica o in un ufficio, il lavoro sembra essere
l’unico modo per permettersi un’esistenza decente.
Una volta mi han detto “Coi sogni non
porti a casa i soldi”. Ma questo è ciò che si vuole far credere. Quante persone
ogni giorno fanno della propria passione un lavoro? E quante col proprio sogno
ne realizzano altri cento? Il romanzo, grazie anche ad uno stile fluido ed
avvincente, ci vuole comunicare che sì, la realtà è questa: ci sono lupi
affamati pronti ad azzannare la pecora più debole del branco, la metafora di
una società che ci vuole tutti omologati ed uguali, tutti rassegnati ad una
sola, mediocre soluzione. Ma se c’è una cosa che questo libro mi ha fatto
capire è che anche credere alle favole talvolta può essere una soluzione.
Crederci per alleggerire la vita. Crederci per avere un obiettivo da
raggiungere, una meta da superare.
Se può essere
pensato, allora esiste.
Non aggiungo altro, se non il consiglio
di leggere questa meraviglia che vi riporteà ai tempi in cui anche voi
credevate alle favole. E forse, sarebbe bello che sempre più persone
iniziassero a farlo: credere nelle fiabe non è solo prerogativa dei bambini.
Alla prossima, Chiara!

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