L’ISOLA
DI CORENTIN
di Cristiano
Pedrini
L’arte è un potente eccitante
capace
di offuscare tutto quello che
crediamo
importante, a patto di poterci
immergere
totalmente in essa, e da essa
trarre la linfa
che sostiene la nostra ricerca
della perfezione
Autore: Cristiano Pedrini
Genere: Narrativa
Numero di pagine : 174
Formato cartaceo 14x21
Formato ebook: epub/mobi e pdf
Pubblicato con Youcanprint
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Corentin ha la sua isola, quel luogo
sicuro nel quale si protegge dal mondo, dove non lascia entrare nessuno. Scrive
romanzi e sogna un grande domani, che tarda ad arrivare, visto il suo
straziante passato e il suo faticoso presente . Le sue giornate trascorrono tra
il Monet Verde, la libreria
galleggiante sulla Senna, lasciata in
eredità dal nonno e il suo girovagare per le vie di Parigi.
Corentin, seppur abbia la forza di
superare e osare, è chiuso nel suo mondo, nella sua isola fino all’incontro con Flavie, un noto pittore che
lo aiuterà a uscire allo scoperto e a osare rimettendo in discussione ciò che
vuole mostrare di sé agli altri.
La vita, l’amore, l’arte, la cornice
romantica Parigina, i sogni e le speranze…
Tutto sarà trascinato dalla ruota di un
destino che porterà i due a riscoprire se stessi, mostrando la bellezza
delicata di quei giorni che sembrano scaturire dalle pagine di una fiaba tinta
dai colori della speranza.
Estratto
…
CAPITOLO SECONDO
L’antro del mio peggior nemico
La voce dell’anziana donna risvegliò
Corentin dal lungo flashback delle sue ultime disavventure.
«Il
maestro Cossé può riceverla.»
Sollevò il capo vedendola immobile accanto
alla porta socchiusa.
«Avanti, si accomodi» aggiunse con un
eloquente cenno della mano.
Il ragazzo si limitò ad annuire
rialzandosi e avvicinandosi fino a sentire il profumo di vaniglia che emanavano
i suoi vestiti.
Lo stesso
che aveva anche sua nonna e che quando era piccolo sentiva quando saliva in
braccio per farsi coccolare dopo aver combinato una marachella, aveva imparato
ad amarlo.
Per la verità
spesso combinava qualche guaio di proposito solo per starsene tra le sue
braccia. Se n’era andata molti anni fa lasciando suo nonno Marcel solo in
quella grande città.
«Ha cambiato idea?» gli domandò la donna.
«No, affatto» rispose prontamente decidendosi
a varcare la soglia della stanza.
«Il maestro arriverà tra poco. Lo attenda
qui» gli raccomandò chiudendo con delicatezza la porta alle sue spalle.
«Bene Corentin, un’altra attesa» mormorò
incamminandosi al centro della grande stanza illuminata da ampie vetrate che si
aprivano sulla parete di fronte.
Il
pavimento, ricoperto da un parquet chiaro in parte consumato, il soffitto a
volta, contribuiva a rendere quell’ambiente un atelier dove la luce naturale
era la regina incontrastata coronando ogni oggetto di una particolare
intensità.
Attorno a
lui c’erano diversi cavalletti dove erano posate delle tele coperte da lunghi
drappi di diverso colore ma c’era un particolare che le rendeva simili a delle
comparse.
Corentin
aveva notato che tutte erano disposte attorno ad un cavalletto molto più grande
e vuoto, posizionato dinanzi ad una pedana, di forma circolare coperta da una
stoffa simile a seta, di colore nero.
Si avvicinò
osservando quello che dall’alto poteva apparire come un grande opale che
risaltava in quell’ambiente così luminoso.
Accanto al
cavalletto c’era un mobile, basso e alquanto malmesso sul cui ripiano erano
riposti, in modo disordinato, ogni sorta di pennelli, tubetti di tempera e
straccetti imbrattati di arcobaleni di colori.
Corentin si
chinò sul mobiletto scrutandolo con attenzione prima di decidersi a spostare un
lembo di stoffa. Lo sollevò notando la tavolozza nascosta sotto di esso.
La toccò
timidamente con la punta del dito, ritraendolo subito come se corresse il
rischio di essere azzannato, ma i suoi timori scomparvero non appena la prese
tra le mani osservandola con attenzione.
I suoi
occhi scivolarono sulla moltitudine di pennelli fino a che si decise a
prenderne uno, molto sottile, con l’impugnatura di legno nero.
Si voltò
verso il cavalletto vuoto e iniziò a muovere la mano, come se stesse
dipingendo.
Posò
infinite volte la punta del pennello per poi proseguire in quel gioco
immaginario fino a che una voce, a lui del tutto sconosciuta lo paralizzò.
«Le persone curiose spesso sono le più
prevedibili.»
Corentin sbatté contro il tavolinetto
facendo cadere a terra tutto quello che vi era riposto sentendosi mancare ma
non ebbe il tempo di maledire la sua cattiva stella, si inginocchiò
rapidamente, sbattendo le ginocchia contro il pavimento, raccogliendo pennelli
e tubetti sotto lo sguardo impassibile dell’uomo che cinse le braccia al petto
scuotendo il capo.
Il suo
sguardo insofferente racchiuso in quel volto tondo, scavato da profonde
occhiaie che si notavano dietro quelle piccole lenti rettangolari, mise il
ragazzo in apprensione mentre tratteneva con scarsi risultati una smorfia di
sofferenza per le ginocchia doloranti.
«Di solito non permetto a nessuno di
toccare i miei strumenti di lavoro.»
«Però dovrebbe preoccuparsi di ripulirli»
si lasciò scappare Corentin osservandosi le mani sporche di pittura.
«Sul terzo ripiano c’è del diluente.
Pulisciti con quello» gli rispose Flavie avvicinandosi ad una scrivania che
occupava un angolo della stanza.
Corentin lo
vide spostare una pila di buste gettandole in una cassa di cartone accanto al
mobile.
«Come ti chiami?»
«Corentin» rispose lui terminando di
ripulirsi il palmo delle mani con uno straccio.
«Età?» chiese di nuovo senza neppure
guardarlo, intento a rimettere in ordine quello che era disseminato sul piano
della scrivania.
«Diciannove» rispose, cercando di
mascherare la smorfia dopo aver annusato le mani che ora puzzavano come non
mai.


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